A KERNEL OF TRUTH

Autore: Sofia Attolini

Il nocciolo di verità all'interno del pregiudizio, e come esso possa aiutarci a combatterlo

In un suo famoso libro lo psicologo statunitense Allport afferma: «Qualcuno ha detto che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio» (1). In effetti, il pregiudizio esiste fin dai tempi più antichi. Una delle sue funzioni originarie era probabilmente quella di aiutarci ad individuare velocemente potenziali pericoli: se vedo un leone, automaticamente lo associo al “pregiudizio” (non così infondato) che i leoni tipicamente vogliano sbranare gli esseri umani, ed è così che in qualche millisecondo sono in grado di reagire opportunamente, salvandomi la vita. Questo, tuttavia, non avviene solo nella savana, ma anche nella vita di tutti i giorni. Pensate se ogni volta che incontriamo qualcosa nella nostra vita dovessimo analizzarla e giudicarla da capo: non andremmo oltre la nostra soglia di casa, in balia di un mondo ogni giorno nuovo e sterile. Per fortuna la nostra mente tiene in memoria il nostro atteggiamento nei confronti di un determinato oggetto (in psicologia, con oggetto ci si riferisce anche a persone), e questo ci permette di vivere la nostra vita in modo più tollerabile, senza dover mettere in discussione tutto. Il problema insorge quando smettiamo di credere che, ad esempio, il cartone del latte POSSA, con una certa probabilità, contenere latte, e iniziamo a credere che sicuramente TUTTI i cartoni del latte ne contengano. Questo pregiudizio, come potete ben immaginare, sarebbe controproducente: credere che un cartone del latte sia sempre pieno non ci porterebbe a buttarlo quando lo abbiamo finito, né a comprarne altro. Lo stesso vale per i pregiudizi sulle persone: un conto è credere che alle donne piaccia il fucsia più che agli uomini (dato provato a livello statistico), un altro è credere che alla stragrande maggioranza, o addirittura a tutte le donne, piaccia il fucsia. Mentre quest’ultimo pregiudizio può avere effetti minimi sulla vita delle persone che ne sono oggetto (al di fuori dell’indignazione di essere pre-giudicate), molti altri possono portare, tuttavia, a conseguenze più dannose. Si pensi, ad esempio, ai pregiudizi razzisti o sessisti, che fanno sì che le categorie oggetto di pregiudizio non abbiano pari diritti ed opportunità. In questo caso sì, i pregiudizi impattano pesantemente sulla loro vita. Molte persone credono che i pregiudizi siano ormai superati, perlomeno nella società occidentale. In effetti, è chiaramente riscontrabile il fatto che negli ultimi decenni la quantità di pregiudizi espliciti, ossia effettivamente espressi attraverso voce o comportamento, sia diminuita drasticamente. Non è più socialmente accettabile giudicare apertamente una persona sulla base di uno stereotipo, pertanto le persone hanno smesso di farlo. Ma hanno anche smesso di pensarlo? Secondo alcuni studiosi, il tasso di pregiudizio implicito risulta addirittura in incremento: alcune persone continuano ad avere pregiudizi dentro di sé, semplicemente non li mettono in atto (fatta eccezione per allusioni o battute che tradiscono la loro presenza). Se ci si vuole mettere in gioco e scoprire quali e quanti pregiudizi impliciti si posseggono, l’università di Harvard ha messo a disposizione vari test psicologici per scoprirlo: https://implicit.harvard.edu/implicit/takeatest.html Credo che alcune persone possano trovare piuttosto fastidiosa l’idea di avere pregiudizi verso una determinata categoria, soprattutto se si considerano aperte di mente. Spesso, tuttavia, si dimentica che il problema insito nel pregiudizio non è il giudizio che si pone alla base, ma la sua magnificazione e generalizzazione pervasiva, che non lascia all’oggetto del pregiudizio possibilità di riscatto. Alcuni studi dimostrano che all’origine di molti pregiudizi c’è un «pizzico di verità» (2), altrimenti essi non sarebbero mai nati. Bisogna ricordarsi che i pregiudizi hanno un valore sostanzialmente adattivo e, probabilmente, il giudizio sviluppatosi all’origine non risultava poi così lontano dalla realtà. Il problema è quello che succede in seguito: al fine di creare maggiore distacco possibile da una determinata categoria di persone, si amplifica la caratteristica oggetto di pregiudizio e la si generalizza all’intera persona. Così facendo si creano dei fantocci dai lineamenti ben distinguibili, ma certamente non realistici né rispettosi della complessità della persona. Ritengo che accettare l’esistenza di un fondo di verità («a kernel of truth», come lo definiscono alcuni studiosi, tra cui Bordalo e colleghi) (2) alla base dei pregiudizi non sia controproducente, anzi. Così come nella psicologia clinica, ad esempio nella cura dell’ansia, spesso si esorta il paziente ad accettare le proprie emozioni negative e solo successivamente ad agire su di esse, anche nella “cura” dei pregiudizi questa tecnica potrebbe risultare efficace. Tale accettazione potrebbe portare le persone a “perdonarsi” il fatto di avere pregiudizi e successivamente a ridimensionarli in modo attivo, comprendendo quanto essi siano il riflesso di una realtà esagerata. Per quanto riguarda l’origine dei pregiudizi, la psicologia del pensiero ci offre uno spunto di riflessione interessante. Uno studio in Inghilterra (Tentori et al., 2016) (3), in particolare, si è concentrato sulla capacità che le persone hanno di formulare giudizi di probabilità e di conferma induttiva data una certa evidenza. Con “conferma induttiva” si intende l’impatto che una data evidenza ha su un certo evento; ad esempio, il fatto che stia tuonando ha un forte impatto sull’ipotesi che stia per piovere, in quanto costituisce un’evidenza molto informativa. Gli studiosi hanno svolto un esperimento su studenti di una famosa università inglese: dopo avere raccolto dati sulle preferenze di femmine e maschi su svariati temi tramite questionari, sono stati in grado di ricavare la probabilità di accadimento di un certo evento. Successivamente hanno chiesto ad altri studenti di stimare la probabilità che una persona fosse maschio o femmina data una certa evidenza (ad esempio, il fatto di amare lo shopping). Supponiamo che i dati mostrino che le femmine amano lo shopping in una percentuale maggiore dei maschi, ma che comunque alla maggioranza di entrambe le categorie piaccia questa attività. Questo significa che l’evidenza “X ama fare shopping” ha un maggiore impatto sull’ipotesi “X è una femmina” piuttosto che sull’ipotesi “X è un maschio”. Nella stima dell’impatto gli studenti sono piuttosto precisi, in quanto si basano sull’idea intuitiva che le femmine amino fare shopping più dei maschi. Tuttavia, nella stima di probabilità si osserva un effetto molto più estremo: gli studenti stimano la probabilità che “X sia maschio dato che ama fare shopping” come inferiore al 50%, una stima lontana dalla reale percentuale, che era molto superiore al 50%. Questi dati suggeriscono che gli studenti si siano fatti influenzare dall’idea “Alle femmine piace fare shopping più che ai maschi”, che li ha portati a concludere “Alla maggioranza delle femmine piace fare shopping, mentre alla minoranza dei maschi piace fare shopping”. Naturalmente lo studio si è maggiormente focalizzato su aspetti legati alla psicologia del pensiero e sul motivo per cui queste due stime, di probabilità e di conferma induttiva, differiscono così tanto. Credo tuttavia che l’esperimento appena presentato possa offrire stimolanti spunti di riflessione anche in merito ai pregiudizi: può essere che anche questi funzionino in modo simile? Che le persone partano da differenze minime tra due categorie e successivamente le estremizzino, basandosi su quanto una data evidenza supporta l’appartenenza ad uno dei due gruppi? Sicuramente, come sostiene Allport, per spezzare tutti i pregiudizi sarà necessaria una forza disumana, e forse nemmeno quella basterà; ma cercare almeno di capire il modo in cui si formano potrebbe aiutarci a comprendere come questi non rappresentino la realtà così com’è, quanto piuttosto un suo surrogato a tratti caricaturale.

Bibliografia

(1) Allport, Gordon Willard, The person in psychology, Beacon Press, 1968 (2) Bordalo et al., “Stereotypes”, The Quarterly Journal of Economics, 2016

(3) Tentori et al., “Judging the Probability of Hypotheses Versus the Impact of Evidence: Which Form of Inductive Inference Is More Accurate and Time‐Consistent?”, Cognitive Science, 2015