HOMEMADE

Autore: Giulia Greci

17 cortometraggi d’autore per riscoprire l’essenza del cinema

«Per me (…) il cinema parlava di rivelazione: una rivelazione estetica, emozionale e spirituale. Riguardava i personaggi, la complessità della natura umana contraddittoria e talvolta paradossale, il modo in cui le persone possono amarsi o ferirsi e ad un tratto trovarsi faccia a faccia con se stesse. Riguardava il confronto con ciò che di inaspettato poteva avvenire sullo schermo e nella vita reale che lo interpretava e drammatizzava, amplificando, così, il senso di cosa sia possibile attraverso l’arte. E questa per noi era la chiave: il cinema era un’arte». (1)

Così, in un’intervista per il New York Times, Martin Scorsese, prendendo le distanze dall’universo dei blockbuster targati MCU, definiva ciò che lui considera cinema: una forma d’arte che, come la letteratura, la musica o la danza, mette in scena e reinterpreta la natura contraddittoria e paradossale dell’uomo, le sue emozioni più intime e le svolte inaspettate che costellano la sua vita. Oggi più che mai le parole pronunciate dal regista sembrano acquisire un valore particolare, portando lo spettatore a riflettere su quale sia realmente l’essenza del cinema, quella che non può morire nemmeno di fronte alle situazioni più disperate, nemmeno di fronte all’avvento di una pandemia. La diffusione del Covid19, infatti, e il continuo slittamento delle date di uscita di molte pellicole di punta, tra cui Dune di Denis Villeneuve e No Time to Die di Cary Fukunaga, sta portando l’industria cinematografica a fare i conti con la fragilità di un modello di distribuzione fondato ora per buona parte sui ricavi dei blockbuster: film con trame spesso deboli e ripetitive, ma molto spettacolari, studiati per garantire al settore guadagni stellari. Un sistema che, tuttavia, non sembra reggere gli effetti delle nuove restrizioni: i costi di produzione troppo alti non possono essere ripagati né dagli incassi minimi delle sale cinematografiche a posti dimezzati né dai guadagni derivati dalle sole piattaforme streaming, generando una situazione di blocco momentaneo dei blockbuster, che sta portando molte importanti catene di sale cinematografiche alla chiusura e molti cinefili a gridare alla morte del cinema. In questo clima d’incertezza, dunque, l’industria cinematografica non può fare altro che cercare nuove soluzioni per sopravvivere, talvolta riscoprendo l’importanza del racconto e del fattore emotivo, a discapito della spettacolarità della pellicola. Un ritorno all’essenza del cinema, che, per recuperare le parole di Scorsese, è la capacità di generare empatia attraverso la messa in scena di sentimenti e vicende umane. Così, dall’esperienza del lockdown, che ha costretto il mondo intero a chiudersi tra le mura domestiche, prende forma il progetto di Netflix Homemade, al preciso scopo di dimostrare l’immortalità del cinema come arte, che fonda la sua forza nella comunicazione e nella capacità di reinterpretare le sfumature di una quotidianità stravolta dal Covid: «Homemade» sostiene, infatti, il produttore Lorenzo Mieli «è una celebrazione della maestria e dell’artigianalità dell'arte cinematografica, così come del potere duraturo della creatività di fronte a una pandemia globale» (2). L’esperimento, diretto da Mieli e Pablo Larrain, consta di 17 cortometraggi diretti da registi di fama internazionale provenienti da tutto il mondo, tra cui anche l’italiano Paolo Sorrentino, chiamati a raccontare brevemente dal loro punto di vista l’esperienza dell’isolamento e i suoi effetti sull’ispirazione drammaturgica. Troupes ridotte all’osso, niente mezzi professionali e niente set cinematografico. Le storie vengono quasi sempre riprese in ambienti familiari, in appartamenti privati o nelle vie semideserte delle città, con strumenti di fortuna recuperati tra gli armadi di casa. Potremo, dunque, trovare corti girati rispolverando vecchi filmati di famiglia (Un dono inaspettato di Gurinder Chadha), con il drone pilotato da un ragazzino (Senza titolo di Ladj Ly), con lo smartphone (The Lucky Ones di Rachel Morrison), o, nei casi più fantasiosi, con una videochiamata di Skype (Last Call di Pablo Larrain) o, addirittura, attraverso una chat di WhatsApp (Una coppia si lascia durante il lockdown-LOL di Rungano Nyoni). A fare da attori in questi brevi spaccati di quotidianità, inoltre, sono spesso i famigliari degli artisti, i figli o i compagni, cosa che ha portato alcuni critici a definire il progetto un’occasione voyeuristica (3) per infilarsi nelle vite private di alcuni tra i più famosi registi della contemporaneità. Infatti, per la maggior parte, i cortometraggi hanno la forma di un diario intimistico, che, rivivendo sulla propria pelle i segni inquietanti dell’emergenza, si interroga sul valore del tempo e degli affetti. Tuttavia, tra i racconti introspettivi di alcuni registi c’è spazio anche per qualche idea più creativa: se Paolo Sorrentino (Voyage au bout de la nuit) inscena un dialogo filosofico tra le statuette di Papa Francesco e la regina Elisabetta, Antonio Campos (Annex) trasforma la reclusione domestica nell’incubo di due giovani madri alle prese con il fantasma di un uomo trovato sulla spiaggia. Insomma, ciò che rende l’esperimento Homemade così interessante è il fatto che ciascun cortometraggio rielabora a modo suo il tema di fondo dell’isolamento, passando da un genere cinematografico all’altro, dall’horror al diario intimistico, dal fantascientifico (Penelope di Maggie Gyllenhaal) all’espressionismo surreale (L’ultimo messaggio di Naomi Kawase), per arrivare addirittura al musical (Algoritmo di Sebastìan Lelio). E lo fa assumendo i caratteri specifici del cinema di tutto il mondo: il cortometraggio di Gurinder Chadha, per esempio, richiama lo stile bollywoodiano, quello di Naomi Kawase, invece, ci porta in un Giappone distorto dagli effetti dell’ansia. In questo modo, ciascun regista ci offre un prodotto di 5 o 10 minuti in cui è racchiusa, senza filtri, la sua poetica e il sostrato culturale della nazione da cui proviene. Homemade, in conclusione, è il mosaico delle esperienze personali, dei generi e delle culture cinematografiche di tutto il mondo, che si è trovato accomunato dalla stessa sorte, dalle stesse difficoltà e dagli stessi stati d’animo. È un racconto corale che ha chiesto ai registi di tornare per un attimo bambini per provare ad immaginare, dallo spazio della propria casa e per mezzo soltanto dell’ispirazione creativa, di raccontare questo evento storico, così da lasciarne una testimonianza poetica, in cui rimanga evidente l’essenza immortale del cinema. Un’essenza che può essere riassunta dalle parole di Paolo Sorrentino: «trovare nella propria casa, e senza nient’altro a disposizione una storia e dei personaggi mi ha fatto sentire come quando, da ragazzino, sognavo di fare questo lavoro» (4).

Sitografia

(1) Martin Scorsese: I Said Marvel Movies Aren’t Cinema. Let Me Explain, The New York Times, 4 novembre 2019, https://www.nytimes.com/2019/11/04/opinion/martin-scorsese-marvel.html: «For me (…) cinema was about revelation: aesthetic, emotional and spiritual revelation. It was about characters, the complexity of people and their contradictory and sometimes paradoxical natures, the way they can hurt one another and love one another and suddenly come face to face with themselves. It was about confronting the unexpected on the screen and in the life it dramatized and interpreted, and enlarging the sense of what was possible in the art form. And that was the key for us: it was an art form» (traduzione mia). (2) Homemade, il progetto Netflix con Paolo Sorrentino e Kristen Stewart, Skytg24, 23 giugno 2020, https://tg24.sky.it/spettacolo/serie-tv/2020/06/23/homemade-su-netflix-la-raccolta-di-corti-realizzati-durante-il-lockdo. (3) Danny Leigh, Homemade — a Netflix project featuring the world’s most inventive film-makers, Financial Times, 1 luglio 2020, https://www.ft.com/content/1955380b-93cd-44cb-87a3-c12593a80c8f (4) Homemade, corti d’autore, Cinematografo.it, 23 gugno 2020, https://www.cinematografo.it/news/homemade-corti-dautore/