INDIETRO NEL TEMPO

Autore: Matteo Riolfo

Pirma di Spielberg e della BBC

È sufficiente essere stati bambini per avere un briciolo di fantasia e un altro briciolo di curiosità. Sono queste le basi che portano poi, in ciascuno di noi, l’interesse per le forme di racconto, di qualunque tipo esse siano. Fin dagli albori il cinema è stato spesso definito come una materializzazione, esplorazione dei sogni individuali e collettivi, nel senso figurato così come in quello psicanalitico del termine, e ancora oggi i generi di fantasia continuano a creare mondi impossibili in cui evadere dalla quotidianità, o a trasportarci in epoche che non abbiamo avuto modo di vedere. Rivoluzione francese, Antica Grecia, Giappone del periodo Edo, sono tutti contesti che solo tramite ricostruzioni possono prendere vita davanti ai nostri occhi. Dinosauri lunghi

Poi c’è quell’immenso lasso di tempo in cui sul nostro pianeta non esistevamo nemmeno, la preistoria. Da sempre oggetto di interesse di grandi e piccini per l’indiscutibile fascino che ci instilla l’idea di un mondo a noi non tangibile. Ma se con gli altri pianeti e le stelle ci sentiamo legittimati a fantasticare il più possibile per via della loro lontananza, sulla Terra ci camminiamo e respiriamo. La voglia di sapere esattamente come fosse quando non c’eravamo è troppa, quasi un affronto all’orgoglio e alla bramosia del genere umano; il che è un ottimo spunto per costruirci attorno un qualunque racconto di finzione: si lavora con la fantasia, ma sul reale, facendo coesistere elementi sia dell’uno sia dell’altro, senza poter dire di pendere troppo da una parte né dall’altra. Perché, appunto, il risultato ultimo sarà comunque un’opera di finzione. La curiosità di chiunque, in particolare quella delle giovani menti, non può che essere fortemente stuzzicata. La storia del “genere preistorico” è molto lunga e ha interessato soprattutto nell’Ottocento la letteratura (Verne su tutti) e le arti figurative, arrivando poi anche al cinema già nei suoi primi anni. Senza voler fare ora una retrospettiva completa, si può rispolverare uno dei titoli più importanti di questo filone. Journey to the beginning of time (Cesta do pravěku in originale) uscì nell’estate del 1955 e fu diretto dal grande Karel Zeman, tra i maggiori registi europei dello scorso secolo, innovatore nel campo degli effetti speciali per il cinema fantastico e d’animazione, tanto da influenzare profondamente nei decenni successivi cineasti come Tim Burton, Robert Zemeckis, Jan Svankmajer e Terry Gilliam. Il film è anche noto con il semplice ed esplicativo titolo italiano Viaggio nella preistoria, ma non è mai uscito nelle sale nostrane, né è mai stato rilasciato nel nostro paese in DVD e manco in videocassetta. Di un suo eventuale passaggio televisivo sulla Rai sono rinvenibili solo testimonianze in rete non verificabili (non immediatamente almeno), che di sicuro spiegherebbero l’esistenza di un titolo italiano. Chiedo scusa se potrò sembrare spocchioso o anti-adattamento a chi legge, ma in assenza di certezze preferisco continuare a chiamarlo Journey.

La trama vede come protagonisti quattro ragazzini che un’estate s’imbarcano, navigano su un fiume vicino a casa e giungono in una misteriosa caverna, che li trasporta indietro nel tempo fino a prima della comparsa dell’uomo sulla Terra. Durante il viaggio scattano fotografie e prendono appunti su un quaderno che funge da diario di bordo. Una struttura narrativa basilare e già vista anche all’epoca, ma che ha dei punti importanti da sottolineare. Anzitutto la presenza di soli bambini nel ruolo di protagonisti, impensabile in pellicole precedenti dello stesso genere come King Kong o Sul sentiero dei mostri, scelta che, da una parte rinuncia alla spettacolarizzazione drammatica in favore dell’immedesimazione (è quasi sempre più facile rispecchiarsi nei giovani che negli adulti formati), e che dall’altra anticipa la tendenza tipicamente anni 80-90 del bambino protagonista o comunque centrale nei film d’avventura e di fantasia. Ma l’elemento più importante e innovativo è senza dubbio l’impostazione didattico-divulgativa dell’opera, che cerca di ricostruire le epoche passate con realismo mostrando ambienti accurati in cui si muovono animali plausibili che si comportano come tali, non come bestie da cinepresa, con il preciso intento di fornire una conoscenza puntuale allo spettatore, ma non per questo rinunciando alla meraviglia e al divertimento. I ragazzini protagonisti, come apprendiamo fin dal prologo, sono sempre stati affascinati dagli scheletri che vedevano esposti nei musei e il loro desiderio più grande è quello di poter vedere tutte le forme di vita del passato in carne ed ossa, dai grandi rettili ai primi insetti. Il viaggio nel tempo diventa da una parte realizzazione di un sogno, sia dei personaggi che degli spettatori, dall’altra un rapporto di tenerezza e reciproca considerazione tra i primi e i secondi, in un indiretto sfondamento di quarta parete. I ragazzini infatti disegnano sul loro quaderno quanto più accuratamente possibile quel che vedono, prendono grossolanamente le misure e le riportano attraverso schizzi comparativi, descrivono minuziosamente le abitudini alimentari e di difesa del territorio, e fanno tutto questo per loro ma anche per noi, per poterci raccontare quel che solo loro hanno la fortuna di vedere. A questo punto poco importa che i comportamenti che tengono siano spesso “inverosimili” come direbbero in molti (capita spesso che si separino finendo per fare incontri pericolosi, tipico del genere), al loro posto rischieremmo pure noi, spinti dalla curiosità. I bambini agiscono d’impulso per definizione, bollare come insensato un loro comportamento è sempre superficiale. Anche perché sono sempre i bambini quelli più attenti ai dettagli. Se tra voi c’è qualche precisino che fin da piccolo si è chiesto perché mai il Jurassic Park si chiamasse così nonostante quasi tutte le bestie là esposte fossero del Cretaceo (se sì, il sottoscritto vi fa compagnia), dall’opera di Zeman avrà solo minime perplessità. Il viaggio dei protagonisti è rigorosamente scandito per periodi geologici, dal Pleistocene con l’iniziale incontro con un mammut al Cambriano in cui si rinvengono i primi trilobiti, con minime combinazioni sceniche di animali da periodi differenti (che comunque non interagiscono tra di loro) dovute a motivi di minutaggio. Le descrizioni puntuali dei protagonisti e la messa in scena di animali in comportamenti del tutto naturali, mai esagerati, non elimina comunque la possibilità di provare forti emozioni durante l’avventura: sono memorabili, ad esempio, la scena dell’agguato di un giaguaro, così come lo scontro mortale tra uno stegosauro e un ceratosauro e conseguente avvicinamento alla carcassa da parte dei ragazzini (scena tra l’altro ripresa da Spielberg per il già menzionato Jurassic Park nella sequenza del triceratopo malato).scontro stegosauro vs ceratorauro Certo ormai molte informazioni acquisibili dal film sono ampiamente superate, così come molte delle ricostruzioni degli animali, ma il pubblico di allora non era mai stato istruito così bene sull’argomento da un prodotto cinematografico. E soprattutto non è stato lasciato abbandonato a se stesso, vista l’eredità che Journey ha lasciato davanti a sé. Già l’anno successivo al film di Zeman, Irwin Allen diresse il film The Animal World, anch’esso dalle aspirazioni vagamente documentaristiche e anch’esso contenente scene con animazioni di animali preistorici. Il documentario vero e proprio inteso come genere filmico ha una sua storia particolare a sé che meriterebbe ben altri approfondimenti, mentre il documentario televisivo gode ancora oggi di forte presa sul pubblico, soprattutto quello di stampo naturalistico. Ebbene, Journey ha influito profondamente anche in quest’ambito. Non va dimenticato che gli anni cinquanta sono gli anni della televisione, che diventa in breve tempo centrale nell’informazione e nell’intrattenimento in USA e in Europa. Il film non solo ha goduto di numerosi passaggi televisivi (in USA e in Germania Est in versioni appositamente rimontate), ma ha fatto da precursore per qualunque prodotto documentaristico trattasse di animali estinti. Resta indimenticabile il nostrano Il pianeta dei dinosauri di Piero e Alberto Angela, con il primo che navigava su una zattera allo stesso modo dei protagonisti di Journey, in onda sulla Rai in quattro puntate nel 1993, così come sono indimenticabili per gli appassionati le serie britanniche Walking with dinosaurs e Walking with beasts prodotte dalla BBC nel 1999 e nel 2001, nelle quali una sobria voce narrante ci accompagnava in mezzo alle savane abitate da bestie primordiali ricostruite con la maggior cura possibile e in comportamenti da animali, senza la volontà di essere Spielberg. Queste serie di documentari riscossero grande successo e fecero da apripista a un’ampia schiera di epigoni dallo stile simile per tutti i primi anni 2000. Gli effetti speciali sono inevitabilmente datati e farebbero sorridere chiunque non-bambino veda ora il film per la prima volta (in una scena si intravedono anche i fili che sorreggono il collo del brontosauro), ma reggono ancora bene la visione grazie alla grande varietà di tecniche sfruttate dal regista, che spaziano dalla classica stop-motion al modello animato bidimensionale, dalle protesi alla scultura a grandezza naturale. Tenendo conto del budget, relativamente ridotto, del film e che negli stessi anni Ray Harryhausen animava i più celebri mostri del cinema statunitense, il risultato non stona affatto se messo a confronto, e riesce a competere con i lungometraggi preistorici della Hammer che sarebbero usciti nel decennio successivo, anche grazie all’attento lavoro sugli scenari e alla splendida fotografia. Chiaramente però uno spettatore odierno deve essere ben disposto quando si avvicina a opere di questo tipo: l’animazione e l’effetto speciale, anche quando datati, devono apparire magici e non necessariamente veri. E in questo genere gli effetti speciali sono sempre fondamentali sia perché mezzo espressivo, sia perché mezzo narrativo, sia perché ogni sequenza in cui sono mostrati è di volta in volta manifestazione dello spirito del regista e dell’opera. Journey è così: visibilmente datato e un po’ ingenuo, ma ancora oggi magico e affascinante. mammut