Leggerezza e pesantezza in zona arancione

Autore: Giulia Zarantonello

L’insostenibile leggerezza dell’essere. Ancora?

Quale il senso di fare l’ennesima recensione di quello che - a ragione - è considerato il capolavoro di Kundera? Forse perché non deve essere considerata scontata la sua portata poetica, la sua capacità di essere la lettura di cui inconsapevolmente un po’ necessitiamo tutti in questo periodo storico pandemico.

Questo romanzo è stato un compagno di viaggio; in treno, seduta con l’entroterra veneto che scorreva fuori dal finestrino, la mente viaggiava in Boemia assieme a Tomáš, Tereza, Sabina e Franz. Il romanzo si snoda infatti lungo la vita di questi quattro personaggi principali, le cui vicende, partendo da Praga, si snodano in Europa. La trama, tuttavia, non è l’essenziale: il finale arriva in un momento inaspettato per il lettore, un fulmine a ciel sereno di cui si sente il rombo del tuono solo a distanza di qualche centinaio di pagine. Kundera ci porta principalmente a interrogarci sull’ambiguità delle opposizioni, che mai come ora sembra essere un tema essenziale. Siamo impegnati a mantenere la distanza di sicurezza e, come Millennials o Gen Z, siamo più che mai costretti alla distanza dalla nostra giovane quotidianità, rallentati nei percorsi scolastici, accademici o nel primo inserimento nel mondo del lavoro. Allo stesso tempo siamo incredibilmente vicini, condividiamo i dettagli della nostra vita in attesa grazie alla prossimità digitale di cui siamo forniti. La distanza e la prossimità. In questa dicotomia si colloca Kundera, con le sue famose opposizioni. La pesantezza e la leggerezza. «Davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza è meravigliosa?». L’anima e il corpo. Il tradimento e la fedeltà. Parmenide e Beethoven. Nel corso della lettura è facile sentirsi come Tereza, «un bambino che qualcuno aveva messo in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente di un fiume». Questo perché siamo accompagnati in una spirale filosofica che si interroga senza retorica, attraverso il leitmotiv “Einmal ist keinmal” (trad. “Ciò che accade una sola volta è come se non fosse mai accaduto”). I pensieri dei personaggi sono presentati in maniera essenziale, senza veli, e si intrecciano alle riflessioni più generali in cui solo raramente l’autore interviene con la prima persona. I dialoghi sono parsimoniosi: non si tratta di vicende vissute dall’esterno, ma dall’interno. I contorni sono sfumati mentre viene compiuta un’operazione a cuore aperto sulla psiche dei personaggi e, per proprietà transitiva, del lettore. Kundera mette a nudo con lucidità un’incredibile varietà di sfaccettature dell’animo umano, è una chiave di lettura per analizzare le differenze tra il Sé e l’Altro. Ci sentiamo fraintesi come le parole tra Franz e Sabina, ci sentiamo corpi estranei come Tereza, ci sentiamo in colpa come Tomáš. Arrivare in fondo alla lettura vuol dire immergersi in una spirale verso la propria profonda interiorità e allo stesso modo innalzarsi al di sopra di essa. Scrive di lui Tabucchi: «Kundera è un romanziere realista e metafisico; di un realismo e di una metafisica estenuati e dolenti: e per questo capaci di lampi, di penose intuizioni, di apparizioni brucianti, di guizzi e di spasimi». È proprio in questa varietà di spasmi che si collocano le molteplici letture e interpretazioni che, partendo dal proprio vissuto, si possono dare al romanzo. Non vi è catarsi o redenzione, né per i protagonisti né tanto meno per il lettore. Non ci si sente migliorati una volta arrivati alla fine, ma si è ugualmente riconoscenti per quella nuova sensazione di pesante leggerezza depositatasi sul petto. Le parole fraintese tra Sabina e Franz sono un esempio dello stile di Kundera: senza offrire né un’accusa né una soluzione, l’autore porta il suo lettore a scontrarsi con il limite della comprensione dell’Altro. Le divergenze e i fraintendimenti tra due persone non riguardano solamente il proprio vissuto o dei grandi ideali, ma ogni minimo gesto appartiene in modo esclusivo al vocabolario del singolo individuo, unico e mai completamente condivisibile. Mentre è facile pensare che due persone possano avere idee diverse su chi votare alle prossime elezioni, è più difficile accorgersi – e ammettere – che anche un semplice gesto possa essere visto in modo diametralmente opposto, come lo spegnere la luce o mangiare determinati cibi. Kundera mostra come anche nel momento di massima intimità, due rimangano due, non diventino mai uno. «Non si può mai sapere cosa si deve volere, perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le vite precedenti, né correggerla nelle vite future». Leggere Kundera vuol dire lasciarsi coinvolgere dall’inesperienza dell’esistenza, tra “com-passione” e “co-sentimento”.

Bibliografia e Sitografia

Kundera M. (1985) L’insostenibile leggerezza dell’essere. Milano: Adelphi Tabucchi A. (1985) “L’irreversibile e la nostalgia”, L’indice dei libri del mese, II (5). Disponibile in www.academia.edu https://www.academia.edu/35828660/Linsostenibile_leggerezza_dellessere