L'UMANITÀ IN UNA STANZA, PAROLA DI SIHER

Autore: Giovanni Franzoni

Piano di integrazione dell'umanità

In un mondo sempre più abituato (non mi piace dire “costretto”, nemmeno se per decreto) a un’esistenza casalinga, come è stato ed è ultimamente il paese della quasi totalità dei lettori di queste righe, ci piace almeno stimolare l’interesse per qualche fenomeno recente, fruibile senza problemi tra le mura di casa: nella fattispecie, vi parliamo di fenomeni musicali. Ancora più nello specifico, di un album musicale nato proprio tra le mura di casa del suo produttore. Perlomeno, questo è quanto ci proponiamo prima che la noia prenda un po’ troppo il sopravvento. Dunque, se per caso tra i lettori ci fosse qualcuno che negli ultimi mesi ha avvertito il tedioso pungolo della monotonia, di quella che tiene segregati in una stanza senza prospettive per la giornata, niente paura! Ci pensiamo noi. Abbiamo un’idea che vi può far mettere insieme musica, animazione cinematografica, narrativa e, per non sembrare dei vacui sognatori, anche realtà. Partirei con una “storia”, come si faceva un po’ più spesso qualche tempo fa, sebbene non esistessero ancora né il dominio di Snapchat né i suoi algoritmi. In fondo, ascoltare una storia non è forse più piacevole che leggere una cascata di nozioni, date e numeri? Non stupitevi se racconto una storia al presente, perché il fatto che sia tratta e rielaborata da un album musicale del 2019 ci consente di immaginare questa vicenda come qualcosa di volutamente attuale, sebbene certi nomi e oggetti possano sapere di stantio. Il titolo provvisorio della storia potrebbe essere, a rischio di suonare un po’ fanfaroni: Piano di integrazione dell’umanità.

In una città sormontata da un cielo limpido, con i calendari spalancati sul 6 del mese di agosto, si vedono giovani donne che aiutano le madri a lavare i panni alle fontane, ragazzetti che preparano gli zaini per la scuola e infanti che sognano di navigare su vascelli grandi come casseruole sotto gli occhi dei padri. C’è chi si affaccia sulla città da un davanzale, chi sosta sulla piattaforma di una fermata del tram, giovani che si incontrano su un marciapiede. Nonostante la guerra che rimbomba dall’altra parte del mare e della terra, sopravvivono ancora molti sorrisi. Eppure si sentono allarmi che dagli apparecchi radar mandano i loro richiami incerti ma premonitori e costringono tutti, grandi e piccoli, ad alzare lo sguardo come in attesa di un’illuminazione. La volta celeste viene rigata dalle scie di condensazione di strani velivoli forestieri. Quando gli orologi segnano pressappoco le ore 8:15 di questa mattina azzurra, seppur vagamente stralunata, uno di questi mezzi volanti, un quadrimotore a elica con due parole di dimensioni cubitali, Enola Gay, piazzate in vinile adesivo sotto la plancia, manda dei segnali luminosi passando sopra la città. Un oggetto cilindrico appeso a un paracadute viene liberato dalle viscere metalliche dell’aereo. In poche decine di secondi, una luce accecante investe la città e il mondo si trasforma. Persone e animali si dissolvono tra le onde di calore, i vetri esplodono in mille schegge e gli edifici si sbriciolano, risucchiati in una colonna di materia degradata che assume la forma di un mastodontico fungo eretto sopra il mondo. Al di fuori del raggio critico dell’esplosione, qualcuno sfugge alla morsa del calore e intanto rimane investito dai detriti di legno, vetro e cemento armato di templi e palazzi che lo dilaniano e, in certi casi, lo proteggono. Qualcuno viene sbalzato fuori di casa dal movimento di terra e aria. Un ragazzo di quelli rimasti illesi, sfuggito alla furia dell’emissario esplosivo aeronautico perché protetto dal cemento, riemerge dai frammenti della città per trovarsi attorno le macerie: le macerie della sua amica, rigida, immobile e a occhi vuoti come una statua, le macerie dei cittadini (umani e animali) ancora vivi ma devastati nel corpo e nello spirito, le macerie di un centro urbano che, in gran parte di legno, prende lentamente fuoco. Quello che appare in lontananza è uno spettacolo di luce, fuoco e polvere. Il ragazzo, insieme a sua madre, anche lei risparmiata dalla distruzione, cerca di salvare inutilmente chi è rimasto bloccato sotto i pezzi di casa mentre le fiamme incombono. Ma è troppo tardi. Chi è rimasto in trappola viene divorato dalle fiamme, chi è rimasto libero è lasciato a godere di questa libertà assistendo al divampare della morte altrui. I sopravvissuti si allontanano dal fuoco per raggiungere l’acqua. Chi è rimasto gravemente leso tende a sprofondare. E non si capisce se questo sia un sollievo o un modo per farla finita, né se chi è andato a fondo potrà risalire o ci rimarrà. Che conclusione dare a questa storia? Qualcuno dei sopravvissuti sorride, china la testa con gentilezza in segno di saluto, azzarda qualche parola. C’è pur sempre umanità, dietro quei volti butterati e devastati, simili a maschere di gesso e carta lana. Dall’unione tra i cittadini nel fuoco all’unione tra i cittadini nell’acqua, siamo arrivati a integrare l’umanità. È stato sufficiente un metallico messaggero sganciato da un velivolo di passaggio.

Dopo questa sequenza di immagini psichedeliche, che si possono vedere o ascoltare anche in internet, sia nella forma dell’album musicale da cui effettivamente la nostra storia ha preso le mosse, sia in quella di un film animato del 1983 dal titolo はだしのゲン (Hadashi no Gen, tradotto in inglese come Barefoot Gen) (1), conviene parlare forse di musica. Le immagini descritte in questa storiella, prelevate da questo film d’animazione tratto da un manga degli anni ’70 e ’80, sono state utilizzate dal produttore bresciano Siher per realizzare un videoclip del suo album strumentale 人類補完計画 (titolo che abbiamo provvisoriamente tradotto con Piano di integrazione dell’umanità), pubblicato nel 2019. È uno degli esemplari più interessanti, a mio parere, dell’interpretazione di quella modalità o corrente stilistica denominata ormai quasi ostinatamente lo-fi (alias low fidelity), esistente di fatto fin dai lavori degli anni ’90 firmati da artisti come i Pavement e i Sebadoh, ma presente in forma germinale già nei primi dischi dei Beach Boys e in generale in gran parte di quello che ancora oggi chiamiamo rock and roll e (come elemento complementare) in quelli che in seguito sono stati e sono l’indie e l’hip-hop (2). Uno stile musicale, per dirla in breve (e a rischio di sembrare fin troppo asciutti), che opera molto volentieri di pancia, non disdegna qualche rumore di sottofondo in fase di registrazione e soprattutto vive da decenni (in particolare nell’ultimo) sul piacere personale dei suoi produttori e sulla loro fantasia scoppiettante. È un tipo di musica ideale per diversi momenti di solitudine e distacco prolungato dal mondo extra-domestico: rilassante, a suo modo rasserenante, ma non per questo incapace di stimolare la vostra profondità umana. La declinazione proposta a questo genere di musica da Siher nel suo 人類補完計画 si potrebbe definire “dark”, è caratterizzata da atmosfere piuttosto cupe e a tratti vertiginose, sia negli andamenti gravi e nebulosi delle tracce di apertura, intermezzo e chiusura, rispettivamente alif, entr’acte e ya’, sia nei pezzi più vivi e movimentati (ma mai quel che direste allegri) dell’elettrica stand alone complex, di un’arrancante* absolute terror field, della vibrante e nervosa *amazigh (che letteralmente significa “berbero” o, per sensibilità culturale, “uomo libero”: ironica immagine di un’umanità che, stando alle immagini del videoclip di Siher, viene liberata a forza di esplosioni, fuoco e perdite) e della pacifica deghosting v2.0. Nel complesso è un geniale, malinconico e assolutamente maturo esempio di autoproduzione di uno dei tanti artisti di questo genere (e di questa genia), capaci di realizzare opere di grande stimolo per la nostra e vostra quotidianità nei momenti di solitudine forzata che spesso ci tocca vivere al momento, sia nel caso lavoriate da casa sia nel caso foste studenti alle prese con i reperimenti di materiale di studio tramite e-learning. Come quello di Siher, trovate lavori di pregevole significato umano e acustico in tutti gli angoli di quella stanza virtuale che è il vostro computer. Ci sono siti dedicati al lo-fi, ci sono album, video, radio attive ventiquattr’ore su ventiquattro e sintonizzate su canali dedicati a questa musica. Li potete trovare con un paio di flessioni delle dita girovagando per Youtube o Spotify, ogni volta che volete. Una storia come quella che abbiamo abbozzato in queste righe, cioè la storia che Siher ha voluto evocare nelle sue “parole” musicali, non è che un esemplare isolato di quel mondo che si cela dietro l’etichetta semi(s)conosciuta di musica lo-fi. In quel mondo potreste trovare, secondo noi, tranquillità, serenità, talvolta anche pretesti per indulgere nella nostalgia, ma soprattutto voglia di reagire. E potreste, nel caso aveste voglia, concedervi il lusso di riscoprire un senso di “umanità”, per quanto soffocata e rinchiusa in una stanza che spesso il mondo frenetico che ci ospita ci induce a ignorare. Speriamo che questa proposta di Siher, come esempio di un genere che può tappezzare senza sforzi eccessivi il sottofondo della vostra quotidianità, sia di vostro gradimento. E al di là delle storie reali e immaginarie, vi auguriamo un buon ascolto.

Bibliografia e Sitografia

(1) Il film, per chi amasse il mondo degli anime, si può visionare in lingua originale e con sottotitoli in italiano al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=ygVMdGNmxDI&t=846s. (2) Per gli interessati, una lettura alternativa e notevole del cosiddetto lo-fi è proposta anche da Francesco Manera in un articolo di questo mese.