TEN THOUSAND YEARS OLDER

Autore: Irene Travascio

Incontro tra il cinema e la prospettiva antropologica

«Io penso che la qualità più propriamente umana sia quella di fare un passo al di fuori di noi. L'ekstasis è propriamente l'uscire fuori da sé stessi, avere l'esperienza di una qualche forma della verità a cui altrimenti non avremmo accesso. La distanza, lo spazio - così come il tempo - diventano qui percezione, non misura astratta»

                                                        __ Werner Herzog(1)__

La prima cosa che ricordo di aver appreso alla mia prima lezione di antropologia culturale è che l'antropologia, per sua mera definizione, ci spinge inevitabilmente verso l'inafferrabile capacità di riconoscere la propria parzialità nel mondo. Per questo motivo più che di "studio dell'essere umano" sarebbe corretto parlare di "studio degli esseri umani" e dei diversi modi in cui l'essere, il diventare umani viene inteso e costruito. Questo insolito concetto della parzialità dei propri orizzonti, figli di realtà e tradizioni saldamente consolidati nel corso del tempo, è il binario sul quale viaggiano spesso le riflessioni delle discipline che prendono in considerazione il reale nella sua interezza. Ho affrontato infatti - ricoperta di altre vesti - questa stessa riflessione durante una lezione sullo studio della grecità da parte di Friedrich Nietzsche e Walter Friedrich Otto. Il punto cruciale di tale discorso è stato proprio la difficoltà che si presenta davanti ai due grandi filologi - che si affacciano su uno spaccato temporale diverso dal loro (e che fa di loro due pensatori, direbbe proprio Nietzsche, "inattuali") - e che è in qualche modo compagna di quella difficoltà, citata all'inizio, della prospettiva antropologica. Si tratta cioè del tentativo estremamente problematico e paradossale - essendo ognuno di noi figlio del proprio mondo e del proprio tempo - dell'affacciarsi su coordinate nuove, su un modo nuovo di fare esperienza del mondo, di articolare il mondo o, meglio, di avere un mondo. A tal proposito, e perché le questioni paradossali della vita e del mondo trovano inevitabilmente sfogo nell'arte, il cortometraggio Ten thousand years older, del regista e figura di punta del cinema tedesco Werner Herzog, può in qualche modo aiutarci a far luce su quali siano spesso le conseguenze di questo incontro tra orizzonti. Il corto ci suggerisce quanto effettivamente le diverse coordinate dell'esperienza umana costituiscano modi completamente differenti di vivere nel e il mondo. Sfuggente da qualsiasi categorizzazione ed etichetta, il sentiero cinematografico di Herzog mira a tracciare una mappa geografica dell'animo umano e ad esplorare le verità e le più varie sfumature dell'esistenza. Ten thousand years older rientra nel progetto cinematografico Ten minutes older, concepito dal produttore Nicolas McClintock come riflessione sul concetto del tempo a cavallo del nuovo millennio, sul quale 15 registi sono chiamati a dare la loro personale interpretazione. Il progetto si compone di due compilation di lungometraggi: Ten minutes older: The trumpet (nel quale si inserisce il cortometraggio di Herzog) e Ten minutes older: The Cello. Il regista e produttore tedesco dedica il suo cortometraggio ad una tribù di indigeni brasiliani, l'ultima ad entrare in contatto con la nostra civiltà. L'opera si divide essenzialmente in due parti: la prima è costituita dalle riprese datate 1981, anno in cui la tribù riemerse dalla Foresta Amazzonica e conobbe per la prima volta l'uomo che siamo abituati a definire erroneamente "civilizzato" - erroneamente proprio perché l’adozione di questo termine marca una linea di differenziazione che presuppone una gerarchia tra l’uomo occidentale (ritenuto appunto superiore) e i cosiddetti “primitivi”; per cui la civilizzazione si trascina dietro l’idea di una necessaria imposizione dei nostri modelli di vita ad altre realtà culturali. Nella seconda parte, invece, assistiamo all'incontro, avvenuto nel 2002, tra la tribù degli Amondauas e lo stesso Werner. Herzog documenta, attraverso il racconto dei sopravvissuti e dei loro discendenti, la profonda e radicale trasformazione che li ha investiti al momento dell'incontro più di vent'anni prima. Una trasformazione che ha conseguenze dirompenti e che rappresenta uno shock su più livelli. In primo luogo, dal punto di vista fisico, attraverso l'esposizione a malattie (banali, per la medicina ed il mondo occidentali) contro cui la tribù indigena non aveva avuto modo di immunizzarsi nel corso della storia e che ha portato ad un consistente sterminio della stessa. Herzog dichiarerà in un'intervista che «il protagonista (...) era davvero distrutto quando ha visto il film, perché il settanta per cento della sua tribù era stato spazzato via in un anno dalla varicella (...). Non avendo, per più di diecimila anni, acquisito l'immunità a molte nostre malattie, sono stati uccisi anche da una semplice influenza»(2). Successivamente, il corto ci suggerisce quali siano state, per i protagonisti, le conseguenze scaturite dal contatto con una realtà strutturata in maniera radicalmente differente. In particolare, si fa riferimento alla concezione del tempo e a come questo venga scandito dagli Amondauas in base al sole e alle stagioni. Una concezione e una realtà culturale, queste, distanti anni luce dallo spettatore che guarda queste immagini ma anche e soprattutto da coloro che hanno stabilito in primo luogo un contatto con questa tribù. Difficile, forse impossibile, immaginare dunque la portata - ad ogni effetto - rivoluzionaria di questo impatto per un popolo che aveva vissuto, fino ad allora, "senza tempo" (occidentalmente inteso). Nei racconti dei testimoni, vent'anni dopo, c'è una nostalgia concreta ed evidente di un tempo ormai passato - scivolato tra le loro mani senza alcuna consapevolezza - e una sofferenza onesta di un'inversione di rotta subita e non decisa. Un’inversione che significa un salto in tutt’altra dimensione. Il progetto che sta al cuore dell’opera, infatti, come dichiarato dal regista e come ci suggerisce il titolo stesso, è esattamente quello di spingere già il primo minuto diecimila anni nel futuro - dal punto di vista degli indigeni protagonisti - con conseguenze catastrofiche. Il regista arriverà ad affermare, relativamente agli Amondauas ed altre popolazioni indigene, che «è finita» e che «li abbiamo in qualche modo fatti fuori»(3), presupponendo che nel tempo si sia verificata un’imposizione forzata della nostra dimensione culturale a realtà che non sembravano appartenervi. Ten thousand years older, così come l’antropologia, è la prova tangibile di quanto il mondo in cui viviamo sia una costellazione complessissima e difficilmente leggibile. Quello che si evidenzia qui è il paradosso che si presentava in maniera diacronica a Nietzsche e Otto nel loro studio della grecità e che si ripresenta sincronicamente al giorno d’oggi in quello che definiamo “dialogo interculturale”. L’interpretazione del tempo di Herzog si colloca dunque nel punto di incontro tra il cinema e la prospettiva antropologica come è stata precedentemente presentata. Benché al centro dell’opera sia collocato lo sguardo degli indigeni rispetto a questo devastante incontro, lo spettatore può comunque percepirne in parte la problematicità. Facendo luce su meccanismi e pratiche che siamo abituati a pensare estranei a noi, infatti, realizziamo quanto sia faticoso e drastico affacciarsi su realtà che forse non sapevamo neanche esistere. Cercando di chiarire quali siano le conseguenze per noi che guardiamo le immagini della sua opera (e che, aggiungo io, ci avventuriamo in questa enorme e ardua impresa di apertura e comprensione degli esseri umani e delle loro coordinate del mondo) Herzog afferma: «Non lo so, perché non so chi siamo “noi”, ma si fa riferimento a qualcosa che, per me, è diventato sempre più importante»(4). Capire cosa sia - e se effettivamente esista - un noi è certamente una questione spinosa, se non altro perché presuppone l'abbandono - almeno in parte - delle nostre coordinate di ragionamento acquisite in quanto parte di una determinata realtà culturale. Ma quest’inclinazione verso mondi a noi apparentemente lontani è qualcosa che, per Herzog e per me, è diventato - e spero diventi- sempre più importante.

Sitografia

(1) Daniele Dottorini (a cura di), Essere esposti alla natura. Con-versazione con Werner Herzog, in Fata Morgana, n. 6, settembre/dicembre 2008. (2) Herzog, Werner. “Werner Herzog: mi sveglio e sono innamorato del mondo (parte 2).” Paganelli, Grazia. Duels.it, aprile 21, 2016. (3) Ibidem (4) ibidem